- Interscambio di anticorpi -

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Racconto scritto undici anni fa. Per debellare la pandemia che ha ridotto la popolazione mondiale ai minimi termini, l'uomo venuto dal presente del nostro futuro, propone un interscambio di anticorpi. Buona lettura.
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Testo: - Interscambio di anticorpi -
di vecchioautore

Interscambio di anticorpi

13 giugno ore 23 e 30, luogo: AREA 51

Le fotocellule illuminarono a giorno la sfera di metallo, del diametro di dieci metri, che levitava immobile a trenta centimetri dalla pista.
I militari, riparati dietro i fuoristrada Hummer corazzati, attesero con i fucili mitragliatori spianati contro l’inquietante oggetto che il metallo, ancora incandescente, si raffreddasse.
Impiegò un quarto d’ora la sfera per disperdere il calore accumulato attraversando ad altissima velocità l’atmosfera terrestre; passando dal rosso intenso, al giallo e infine al colore naturale del metallo.

«Sembra bronzo, che ne pensa, professore?» chiese il colonnello Smith, rivolgendosi al professor Albert.
Il professor Albert diede una rapida occhiata, allungando il capo da dietro il fuoristrada. «Non credo lo sia, l’immane calore provocato dal contatto con l’atmosfera lo avrebbe fuso», rispose, tornando con lo sguardo al riparo.
In quel preciso istante, una voce metallica proveniente dalla sfera allarmò il piccolo contingente che, a debita distanza, circondava la sfera: «Chiedo di comunicare urgentemente con il comandante della base!»
«Sono il colonnello Smith, comandante della base aerea Area 51… si qualifichi!» rispose, usando un tono ridicolmente marziale, senza peraltro uscire dal suo riparo.
«Si faccia avanti, non abbia paura, sono qui per aiutarvi a risolvere un grosso problema», replicò con pacatezza la voce proveniente dalla sfera.
Il titubante colonnello, con passo incerto e poco marziale, uscì allo scoperto e, posizionandosi davanti ai fuoristrada, chiese di nuovo: «Prima si qualifichi! Poi mi faccia capire a quale problema si riferisce».
«Il mio nome è Ansantes; ingegner, Giulius Ansantes. Ho attraversato lo spaziotempo per aiutarvi a sconfiggere la pandemia che ha decimato l’umanità, portandola sull’orlo dell’estinzione.»
Troppo allettante l’offerta per lasciarla cadere nel vuoto; da più di sessant’anni l’uomo combatteva senza successo l’immane pandemia che aveva cancellato la presenza umana, prima dall’Africa e poi, proseguendo la sua inarrestabile marcia, dall’Europa, dall’Asia, dall’America del sud e dall’Australia: praticamente la presenza umana sulla Terra si era ridotta a poco più di trenta milioni d’individui, concentrati nella ridotta rappresentata dall’ovest degli Stati Uniti.
«Dunque, avresti attraversato lo spaziotempo per salvare l’umanità… ma chi ti manda? Da dove vieni?» domandò l’incredulo ma allo stesso tempo speranzoso colonnello.
«Potrei rispondere: i tuoi pronipoti, visto che provengo dal tuo stesso pianeta», rispose, lasciandolo allibito.
«Dal futuro!» esclamò stupefatto il colonnello.
«Dal futuro! Ma ora basta, ogni secondo è prezioso!» tagliò corto spazientita la voce metallica.
«Okay! Okay! Dimmi quali sono le tue richieste», replicò con tono ossequioso il colonnello, avvicinandosi alla sfera.
«Dovete attrezzare urgentemente una camera asettica, dove possa trovare riparo per impedire a virus, germi e batteri d’inquinare il mio sistema immunitario… per combattere la pandemia, è basilare mantenere il plasma intonso», spiegò a completamento della sua prima richiesta.
«Nessun problema! La base è attrezzata per affrontare un attacco batteriologico.»
«Molto bene. Fate accostare alla sfera, nel punto esatto dove si accenderà una luce intermittente, un trasporto isolato per trasferirmi nella camera sterile. Nel frattempo avvertite il presidente e l’alto comando; devo parlare con loro al più presto.»
Il colonnello attivò i suoi uomini. Mezz’ora dopo, il misterioso visitatore aprì il portello, scese con indosso una tuta isolante, portando con sé una valigetta metallica, e riparò nell’ambulanza attrezzata, a bordo della quale fu trasferito nella camera asettica.

14 giugno, ore 6, luogo: VILLAGGIO RACHEL

«Come stai?» chiese con un filo di voce l’uomo dal volto sfatto disteso sul letto, volgendo faticosamente il capo alla sua sinistra, dove la moglie respirava a fatica.
La donna, alzando a fatica il braccio, indicò la finestra illuminata dalle prime luci dell’alba. «Stanotte… lassù, ho visto… una grande sfera luminosa… scendeva veloce… andava verso la base…» rispose, ansimando.
«Non parlare… calmati e respira», replicò con voce rotta l’uomo mentre le tergeva il sudore che imperlava la fronte, convinto che fosse solo un incubo provocato dalla febbre stabilmente oltre i quarantatrè gradi.
La donna, forzando i muscoli facciali, ormai quasi del tutto paralizzati, contraendoli provò a sorridere, con scarso successo; poi chiuse gli occhi e si assopì.
L’uomo prese il termometro dal comodino e si misurò la temperatura. “Quarantuno… uno o due giorni e finalmente sarà tutto finito. Poi gli spazzini della base, insieme ai nostri cadaveri, bruceranno le case di Rachel, così del villaggio e dei suoi abitanti non resterà traccia”, pensò l’uomo, rasserenandosi.

«Arrivederci», sussurrò commosso, posando un delicato bacio sulle algide labbra della moglie, prima di coprire il cadavere con un lenzuolo bianco.
Poi, attirato dal rumore delle pale, uscì in mezzo al deserto, puntò lo sguardo in alto e vide le fusoliere argentee di tre grandi elicotteri illuminate dal Sole del mezzogiorno. «Vanno alla base», constatò senza particolare interesse, rientrando in casa.

14 giugno ore 12 e 30, luogo: REPARTO STERILE OSPEDALE MILITARE DELL’AREA 51

«Signor presidente!» esclamò il colonnello Smith, scattando sull’attenti.
«Mi porti da lui!» ordinò frettolosamente il presidente, camminando con passo svelto seguito da generali e consiglieri.
«Di qua, signor presidente!» disse il colonnello, spalancando una porta.
«Mio Dio!» esclamò il presidente sgranando gli occhi, avvicinandosi al vetro che lo separava dalla camera sterile.
«Sono troppo giovane per essere Dio», replicò ironicamente Giulius Ansantes, sinuosamente avvolto in una lunga tonaca bianca, avvicinandosi lentamente al vetro.
Il presidente e il suo seguito osservarono increduli l’uomo dagli occhi azzurri e liquidi, i cui lunghi capelli, finissimi e bianchissimi, scendevano fin sopra le spalle; la porzione di volto emaciato non celato dalla lunga barba bianca, attraversato da profonde rughe, completava il quadro, donando all’individuo venuto dal nulla l’aspetto dell’asceta.
«Ma quanti anni hai?» chiese il presidente.
«Centodiciotto!» rispose, avvicinando il volto al vetro. Poi fece un passo indietro. «Tranquillizzatevi, non sto morendo; mancano ancora un paio d’anni per arrivare ai centoventi, inscritti nel mio DNA», concluse ironicamente.
«Dunque, in futuro l’uomo potrà vivere fino a centoventi anni!» commentò l’incredulo presidente.
«Se l’umanità supererà questa devastante pandemia… vivrà fino a centoventi anni», confermò Giulius.
«Diccelo tu, che ti fai vanto di provenire dal nostro futuro, se l’umanità sopravvivrà a questa immane pestilenza!» chiese allora, innervosendosi, il presidente.
«Sono qui per questo!» rispose lapidario. Poi arretrò e si sedette sul letto.
«Affascinante!» esclamò a quel punto lo stupefatto professor Orbit, fisico nucleare e consigliere scientifico del presidente. «Dunque, l’umanità sopravvissuta a questa immane tragedia, imparerà a viaggiare nel passato e nel futuro.»
Giulius puntò lo sguardo dentro gli occhi accesi dal desiderio di conoscenza del professore, e lo corresse: «Né nel passato e nemmeno nel futuro; nel presente… solo nelle dimensioni del presente».
«Mah, l’hai affermato tu, di provenire dal futuro», obiettò sconcertato il professore.
«Cercando di essere più chiaro e credibile, ho semplificato al massimo… sbagliando! Partirò dall’inizio, non tralasciando nulla. Ci vorrà un po’ di tempo», annunciò, indicando le sedie alle loro spalle; mentre lui, dall’altra parte, dopo aver spostato una sedia accanto al vetro si accomodava.

«Il presente è una dimensione temporale, complementare ad altre due: il passato e il futuro», esordì sconcertando il presidente e il suo entourage, tacendosi subito dopo.
«Puoi essere più chiaro?» chiese spazientito il presidente.
«Ci sto arrivando», rispose Giulius, dopo aver speso una breve riflessione alla ricerca di un esempio calzante e comprensibile.
«Provate a immaginare cosa accadrebbe alle facce di due dischi di metallo che ruotassero uno contro l’altro nella stessa direzione, ma a velocità differenti… per l’attrito provocato dall’assenza di un lubrificante tra le due facce, si surriscalderebbero fino ad arrivare al grippaggio, dopodiché proseguirebbero alla stessa velocità. Il presente è il lubrificante che, interponendosi tra il veloce futuro e il lento passato, dividendosi interagisce in ugual misura, sia con il futuro che con il passato. E’ chiaro il concetto?» chiese alla fine.
«Per niente!» rispose frastornato il presidente.
Giulius sbuffò, scosse il capo. «In questo momento la mia e la vostra vita procede sulla sottile striscia di presente attaccata al passato, che scivola dolcemente contro la parte di presente incollata al futuro: ovvero, il mio presente, quello che ho abbandonato per precipitare dentro il vostro.»
«Fantastico! Esiste un passaggio, un pertugio per passare da una dimensione all’altra!» esclamò sempre più stupefatto il professor Orbit.
«Non lo definirei un vero passaggio, ma una cricca tra il presente sdoppiato in cui infilarsi prima che si richiuda», precisò Giulius. «Capita, molto più spesso di quando si creda, che le facciate del tempo presente, nel punto di scivolamento s’ingranino creando una tensione fino a strapparsi; riunendosi e ricucendo il tutto subito dopo. Noi abbiamo dapprima lanciato delle piccole sfere dotate di videocamere dentro il vostro presente, in senso contrario alla rotazione del tempo; così facendo siamo riusciti a leggere il profondo passato. Il passo successivo, quello d’inviare un essere umano nel passato, più che lo sviluppo naturale del progetto, è stata un’impellente necessità. Un indifferibile questione di vita o di morte!» concluse in tono grave, con un’espressione agghiacciata dipinta sullo scarno sguardo.
«Per noi, presumo», osservò il presidente.
Giulius scosse il capo. «No! Per tutti! Non può esserci futuro senza passato!» rispose, scorrendo gli sguardi attoniti degli astanti. «Può succedere, quando la tensione procura uno strappo tra le due dimensioni del presente, che microscopiche forme di vita: virus, germi e batteri, transumando dal passato al futuro e viceversa, trasportino in un presente attrezzato con anticorpi inadatti ad affrontarle, epidemie disastrose. Questo è quello che è accaduto sessant’anni fa. Una pandemia immensamente più devastante di quelle precedenti, provocata da virus a cui i nostri e i vostri anticorpi non possono opporsi, si è scatenata nelle due parti del presente. Così, dopo aver individuato con precisione il punto del passato dove i nostri virus stavano spadroneggiando; abbiamo ideato la sfera da gettare nel flusso del passato per risalire il tempo, portando con noi il vaccino che salverà presente, passato e futuro dell’umanità!»
«Hai portato il vaccino con te, siamo salvi!» esultò il presidente.
«Lo spero», fece Giulius, raffreddando precoci entusiasmi.
«Che vuoi dire? C’è o non c’è, questo benedetto vaccino?»
«Il vaccino è con me, ma per stabilire la dose necessaria, dovremmo testarlo su un volontario.»
«Signor presidente!» esclamò scattando sull’attenti il tenente Logan. «Posso offrirmi volontario?» aggiunse inorgoglito quando il presidente si volse verso di lui.
«Non ci servono eroi. Ma semplicemente un contagiato; questo perché il vaccino è bivalente, oltre a immunizzare chi ancora non è stato colpito dal virus, può anche curare chi è stato infettato. Ci sarà pure qualche contagiato dentro la base», spiegò Giulius, anticipando la pomposa investitura dell’eroico tenente da parte del presidente.
Il presidente rivolse lo sguardo verso il colonnello Smith. «Non ci sono infettati nella base», lo informò questi. «Ma possiamo procurarcene uno a Rachel», aggiunse.
«Chi sarebbe?» chiese il presidente.
«Thomas Tritos, un sessantenne, l’ultimo superstite del villaggio; sua moglie è deceduta poche ore fa. Lo stiamo monitorando con le telecamere piazzate dentro le case e lungo le vie del villaggio. Secondo i dottori gli rimangono ancora poche ore. Forse per il vaccino è troppo tardi», rispose sconsolato il colonnello, guardando Giulius.
«Vada a prenderlo, e lo porti qui al più presto possibile!» ordinò Giulius.
Il colonello guardò il suo presidente, il quale, annuendo, approvò.
«Spero possa servire a sconfiggere il virus», disse poi, rivolgendosi con fare speranzoso a Giulius.
«Debellare, non sconfiggere, colonnello», lo corresse questi. «Le sconfitte non generano vittorie definitive, ma solo rancori da rovesciare a piene mani dentro la prossima guerra; questo dovrebbero insegnare nelle accademie militari! Ma l’uomo del vostro presente, ancora non l’ha compreso, e continua stoltamente a praticare l’arte della guerra, invece di promuovere la pace!» lo redarguì duramente. «Ora vada, non c’è un minuto da perdere!»
Il colonnello annuì, e senza aggiungere altro se ne andò.

14 giugno ore 16 e 30, luogo: VILLAGGIO RACHEL

La colonna di automezzi si arrestò davanti alla casa di Thomas Tritos, tre uomini protetti da tute isolanti aprirono la porta, lasciata accostata, ed entrarono spingendo la barella, isolata dall’esterno tramite un involucro trasparente.
«Siamo arrivati tardi!» esclamò uno degli infermieri, indicando Thomas Tritos disteso sul letto con le mani giunte, accanto al corpo della moglie pietosamente coperto dal lenzuolo bianco.
Il medico si avvicinò sino a sfiorare con la visiera dello scafandro il naso e la bocca dell’uomo. «No, respira… a fatica, ma respira ancora. Dobbiamo fare in fretta!» annunciò, notando il vetro che proteggeva gli occhi lievemente opacizzato da un tenue respiro.
Dopo aver caricato sull’ambulanza la barella isolata, sopra la quale avevano disteso l’uomo, partirono a tutta velocità, seguiti da tre fuoristrada militari; mentre da tre grossi automezzi rimasti sul posto, gli artificieri, protetti dagli indispensabili scafandri antivirus, prendevano l’esplosivo necessario a minare le case del villaggio fantasma.

14 giugno ore 20, luogo: REPARTO STERILE OSPEDALE MILITARE AREA 51

«E’ lui?» chiese Giulius, osservando attraverso la parete di vetro l’uomo che gli infermieri avevano appena sistemato nella camera sterile adiacente.
«Sì! Dobbiamo fare in fretta, potrebbe tirare le cuoia da un momento all’altro», rispose il colonnello Smith, anch’esso al riparo del vetro che separava il lungo corridoio dalle camere sterili.
Giulius non perse tempo in chiacchiere, aprì la valigetta metallica e ne trasse una scatoletta bianca con la quale si punse un polpastrello; poi, con una micro siringa aspirò la goccia di sangue depositata sull’apparecchio. «Proviamo così», disse, aprendo lo sportello di un’intercapedine isolata tra le due camere e richiudendolo subito dopo aver posato la siringa all’interno.
«Gliela inietti nella giugulare!» lo istruì, quando il medico aprì lo sportello dalla propria parte per prendere la siringa.
«Ora, non resta che aspettare», commentò alla fine, volgendo lo sguardo verso il corridoio, dove il presidente e il suo seguito assistevano in silenzio la procedura.
«Qualche domanda?» chiese poi, leggendo dubbio, se non addirittura sconcerto sui loro volti.
«Gruppo sanguigno universale, presumo!» esclamò il professor Orbit.
«Sono stato scelto per questo», rispose serafico Giulius.
«Affascinante!» spiegò il professor Orbit, rivolgendosi al presidente. «Il suo sangue, immune ai virus della sua dimensione, immesso nel circolo venoso dell’infettato ucciderà i germi della pandemia.»
«Una sola goccia del suo sangue, sarà in grado di ripulirne più di cinque litri del nostro?» chiese poco convinto il presidente.
«Così pare!» rispose Orbit, cercando conferma nello sguardo di Giulius.
«Dovrebbe», fece Giulius, non elargendo certezze. Poi, di fronte allo sconcerto generale, spiegò: «Ho iniziato con una dose minima, in modo d’avere più dosi a disposizione per la campagna di vaccinazione. Non tutti i soggetti reagiscono allo stesso modo; se fra un quarto d’ora non noterete miglioramenti significativi nel paziente, procederò ad iniettargli un’altra goccia… e se ancora non dovesse bastare, procederò ad intervalli regolari sino a quando il paziente non si riprenderà».
«Correggimi se sbaglio: userai tutto il tuo sangue come vaccino, sostituendolo con una trasfusione di plasma conservato nella banca dell’ospedale», tirò le somme Orbit.
«Non esattamente!» rispose Giulius. «Non sopravvivrei a una massiccia trasfusione del vostro sangue. Il piano prevede che doni il mio, senza pretendere contropartite personali.»
«Ma è agghiacciante! Morirai dissanguato!» proruppe il presidente.
«Ho vissuto centodiciotto anni… due in più, o in meno, non fanno una gran differenza», fu la risposta fatalista di Giulius.
«Avresti dovuto portare con te del plasma congelato», ribatté il presidente, scuotendo il capo.
«Lo avrei fatto, se fosse stato possibile; ma il viaggio dimensionale ne avrebbe alterato le caratteristiche, rendendolo inservibile.»
A quel punto, un dubbio balenò nella mente del professor Orbit. «I cinque litri di sangue, poco più o poco meno, che può contenere un corpo umano; basteranno a vaccinare quel che resta dell’umanità?» gli chiese.
«No!» fu la lapidaria risposta di Giulius.
«Lo presumevo», sospirò sconfortato Orbit.
«Che significa questo?» chiese spaesato il presidente, cercando una risposta confortante negli sguardi attoniti dei presenti.
«Un immenso impegno, per i pochi fortunati che saranno scelti per salvare l’umanità», rispose senza scomporsi Giulius.
«E quanti saranno i fortunati?» chiese allora Orbit.
Giulius lanciò una rapida occhiata a Thomas Tritos: il paziente zero era ancora disteso sul letto in stato d’incoscienza. «Se basterà la dose somministrata a lui, o poco di più… circa un milione d’individui potranno essere vaccinati con successo», rispose, elargendo speranza.
«Un milione d’individui…» ripeté il presidente e, dopo una rapida riflessione, giunse a una conclusione catastrofica, «non basteranno a salvare l’umanità!»
«Basteranno se saprete scegliere i giovani più forti, in grado di generare una numerosa prole», lo corresse prontamente Giulius. Prima di aggiungere sibillino: «E se troverete qualcuno disposto a sacrificarsi per salvare il presente del futuro».
«Cos’è, una specie di enigma da risolvere? Qualcuno mi spieghi cosa sta dicendo!» sbottò il presidente, cercando, com’era d’uso fare quando non riusciva a raccapezzarsi, nello sguardo dei suoi consiglieri la risposta.
«Credo di aver capito», intervenne lo stupefatto Orbit, avvicinandosi al vetro. «Tutto si tiene: passato e futuro sono legati in corda doppia al presente e, come due alpinisti, se uno precipita, l’altro verrà trascinato nel baratro… è così?» terminò chiedendo.
Giulius annuì. «E’ così!» Poi, rivolgendosi a tutti i presenti, proseguì con tono grave: «Più di quel che ho fatto, io non posso fare. Ora tocca a voi trovare la vittima sacrificale, disposta ad entrare nella sfera per andare a donare il suo sangue, la sua vita per completare il disegno di un nuovo inizio».
«Si sta svegliando!» l’esclamazione del medico che assisteva il paziente zero, spezzò il riflessivo silenzio generato dalla rivelazione di Giulius.
«Molto bene, ora sapete quale dose iniettare per iniziare il trattamento. Poi, a distanza di quindici minuti, se il paziente non dovesse reagire, inietterete una seconda dose… Tenete presente che il massimo consentito sono venti dosi: oltre tale limite, il vaccino potrebbe uccidere il paziente; e se anche non lo facesse, a quel punto ci penserebbe il virus. E’ inutile sprecare altre dosi, meglio usarle su un altro soggetto infetto. Detto ciò: io sono pronto, ma il mio sacrificio sarebbe inutile, se non troverete qualcuno disposto a seguirlo», concluse Giulius, andando a sedersi sul letto.
«Signor presidente! Mi offro volontario!» esclamò il tenente Logan, scattando sull’attenti.
«Ancora tu! Ma cosa vai cercando, il paradiso degli eroi?!» sbottò con sarcasmo il colonnello Smith. «Sei giovane e forte, più utile da vivo che da morto!» lo redarguì, urlandogli in faccia.
Poi gli strappò la piastrina dal collo, la guardò. «Il tuo gruppo sanguigno non è compatibile!» lo informò, riconsegnandogliela. Poi, salutandolo militarmente, si rivolse al comandante in capo: «Signor presidente! Il mio gruppo sanguigno è compatibile, ho sessantatré anni, pressione alta e fegato in disordine; i test mi danno un’attesa di vita di dieci, dodici anni se tutto fila liscio. Non ho moglie e nemmeno figli. Oso propormi come soggetto perfetto per una missione suicida», concluse impettito.
Il presidente, abbracciandolo commosso, diede il suo benestare, mentre gli altri applaudivano all’eroe… tutti meno il tenente Logan che, immusonito, rimuginava sul perché non gli riusciva nessun atto di sciocco eroismo.

18 giugno ore 9, luogo: A BORDO DELLA SFERA

Due tecnici, a cui Giulius aveva precedentemente spiegato la procedura, sistemarono con cura i collegamenti al casco del colonnello Smith. «Sono pronto», annunciò alla fine, tirando un lungo respiro.
I tecnici lo salutarono militarmente e uscirono dalla sfera.
Il colonnello Smith schiacciando un pulsante verde chiuse il portello. «Addio, Terra!» esclamò, premendo il pulsante rosso dello start.
Il presidente e i militari a bordo pista osservarono affascinati la sfera levitare lentamente fino a trenta metri d’altezza; poi, sgranando gli occhi la videro partire velocemente per la tangente e sparire alla vista dopo pochi secondi.

18 giugno ore 11, luogo: REPARTO STERILE OSPEDALE MILITARE AREA 51

Il professor Orbit, ai piedi del letto con indosso la tuta sterile, osservava incredulo i medici preparare l’incredibilmente sereno Giulius per il salasso totale del suo sangue.
«Siamo pronti», annunciò uno dei medici, invitando Orbit a uscire.
«No!» esclamò Giulius. «Io e il professore dobbiamo parlare… voi, proseguite pure.»
I medici annuirono, dando inizio alle procedure.
«Cosa dobbiamo dirci di tanto impellente, da non poter attendere la prossima vita?» chiese ironicamente Orbit.
«Mi chiedevo perché, un tipo curioso come te, non mi ha ancora posto la domanda fatidica», rispose Giulius.
«Quale domanda?»
«La domanda delle domande: cosa accadrà ai sopravvissuti di quest’immane tragedia? Non posso credere che in questi giorni non te lo sia chiesto.»
«Me lo sono chiesto, ed ho elaborato teorie cassate ancor prima di concluderle… ma sono certo che tu, me ne puoi offrire una più affascinante e veritiera», rispose Orbit, sorridendo.
Giulius ricambiò il sorriso, guardò il sangue scorrere dal braccio alle cannule, e donò all’uomo del passato, la teoria elaborata dall’uomo del futuro.
«Tempo tre o quattro generazioni, i nostri geni, colonizzando il vostro DNA, vi muteranno in semidei invincibili, in grado di vivere fino a centoventi anni. Nel frattempo i vostri geni avranno invaso il nostro di DNA, mutandoci in individui fragili, titubanti e portati ad errare; la cui aspettativa di vita si accorcerà inesorabilmente. Insieme all’umanità, anche il tempo subirà un'inversione; il presente del futuro accompagnerà il vostro luminoso andare, mentre per noi sarà un cupo inseguire, invischiati nel presente del passato. Fino a quando qualcosa di nuovo e incomprensibile, minacciando di distruggere l’intera umanità, costringerà un uomo venuto dal presente del futuro ad attraversare nuovamente il confine dimensionale per respingere l’invasione di virus alieni; invertendo di fatto la posizione, all’interno dello spaziotempo, tra il presente passato e il presente futuro.»
«Dunque, il tempo, l’universo, la vita, non sarebbe altro che un eterno cambio di campo, o di ruolo, tra passato e futuro, legati indissolubilmente dal presente… il moto perpetuo declinato all’ennesima potenza… Affascinante!» concluse ammirato Orbit.
«Così parlò l’uomo del mio futuro… ma, forse, l’uomo nuovo che nascerà dal vostro futuro, saprà trovare una risposta più convincente», chiosò in un sussurro Giulius, prima di assopirsi, per non risvegliarsi mai più.

FINE



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